Il problema della sicurezza alimentare continua a preoccupare e a far discutere gli esperti e i consumatori. L'irradiazione degli alimenti contro il rischio microbiologico rappresenta sicuramente un approccio drastico, che tuttavia viene riproposto con una certa insistenza. Una recente rassegna sull'argomento, a cura di R. V. Tauxe, è ospitata dalla rivista Emerging Infectious Diseases. Ne riportiamo una sintesi, avvertendo comunque che le considerazioni espresse dall'Autore sono riferite alla situazione degli Stati Uniti e non sono quindi automaticamente trasferibili alla realtà di altri Paesi. Per approfondimenti, rinviamo all'articolo originale (Robert V. Tauxe. Food Safety and Irradiation: Protecting the Public from Foodborne Infections. Emerg Infect Dis 2001, 7, 3, Suppl., 516-521).
Si
stima che, negli Stati Uniti, le tossinfezioni alimentari producano ogni
anno 76 milioni di casi di malattia e 325.000 ricoveri ospedalieri - oltre 1
persona su 1.000 - . I patogeni responsabili delle manifestazioni più
gravi sono Salmonella, E. coli O157:H7 e altri sierotipi produttori
di Shiga-tossina, Campylobacter, Listeria e Toxoplasma.
Questi microrganismi provocano annualmente un numero stimato di 3,5 milioni
di infezioni, 33.000 ospedalizzazioni e 1.600 decessi.
Per prevenire le malattie trasmesse da alimenti si può far ricorso a
metodi tradizionali o a tecnologie avanzate.
Queste tecnologie, che comprendono fondamentalmente la sterilizzazione dello
scatolame e la pastorizzazione del latte, sono oggi di uso corrente,
tuttavia hanno stentato ad affermarsi per due ragioni principali: il timore
che i trattamenti potessero incidere negativamente sulle caratteristiche organolettiche
e nutrizionali dei prodotti; il timore che il prodotto di partenza potesse essere
più sporco rispetto all'equivalente non trattato. L'esperienza a posteriori
ha dimostrato che l'impiego di questi processi ha eliminato le epidemie
di botulismo da conserve industriali e ha reso estremamente rare le epidemie
diffuse attraverso il latte. Le rare epidemie attribuite al latte pastorizzato
sono dovute di solito a difetti nei processi a valle della pastorizzazione.
L'uso di radiazioni ad alta energia per uccidere i microrganismi negli alimenti risale, negli Stati Uniti, al 1921, quando fu dimostrato che con questo mezzo si potevano eliminare le larve di trichina nella carne di maiale. L'industria, che impiega le radiazioni nelle procedure standard di sterilizzazione di prodotti biomedicali, ha sviluppato 3 diverse tecnologie che possono essere utilizzate per trattare gli alimenti.
La tecnologia dell'irradiazione gamma impiega raggi gamma ad alta energia,
emessi da cobalto 60 o cesio 137. Queste sorgenti radioattive sono prodotte
nei reattori nucleari commerciali e hanno un’emivita abbastanza lunga. Gli alimenti
vengono introdotti in camere con una spessa schermatura ed esposti ai raggi
gamma per tempi definiti. Quando le sorgenti radiogene non sono in uso, vengono
conservate in vasche d'acqua, che assorbono tutte le radiazioni. Questi raggi
ad alta energia possono penetrare in profondità, rendendo possibile
il trattamento di grosse quantità di alimenti già confezionati
per la spedizione.
La tecnologia del fascio elettronico usa una corrente di elettroni ad alta energia, altrimenti conosciuti come raggi beta, sparati da un cannone elettronico. La tecnologia è la stessa del tubo catodico nel televisore, anche se molto più potente. Gli elettroni possono penetrare negli alimenti solo per pochi centimetri, perciò i prodotti da trattare devono essere esposti in strati sottili. Una sottile schermatura metallica è sufficiente ad impedire che gli elettroni fuoriescano dalla camera di trattamento. Quando la sorgente di elettroni non viene usata, è sufficiente togliere la corrente per inattivarla. Non c'è presenza di materiale radioattivo.
Questa tecnologia, che è la più recente, combina le proprietà delle due precedenti. Raggi X ad alta energia possono essere prodotti se un fascio elettronico incide su un sottile foglio di metallo. Come i raggi gamma, i raggi X possono penetrare in un alimento a profondità assai maggiori che un fascio di elettroni. Tuttavia, le sorgenti di raggi X possono essere accese e spente e non necessitano di materiale radioattivo.
Le
radiazioni agiscono danneggiando il DNA, provocando rotture o altre modificazioni
che impediscono la crescita o la riproduzione dei microrganismi. L'unità
di dose assorbita viene detta Gray e corrisponde a 100 rad del vecchio
sistema di misura. Le forme viventi più complesse sono danneggiate da
dosi più basse rispetto alle forme più semplici. Così,
una dose inferiore a 0,1 kiloGray uccide insetti e parassiti e impedisce alle
piante di germogliare. Una dose fra 1,5 e 4,5 kiloGray uccide la maggior parte
dei batteri patogeni, escluse le spore. Una dose più alta, fra 10 e 45
kiloGray, inattiva le spore e alcuni virus. I prioni, che non contengono acidi
nucleici, sono difficili da inattivare con le radiazioni. La dose letale per
l'uomo è di 4 Gray.
La dose
necessaria per trattare un alimento varia a seconda dell'alimento e del
patogeno bersaglio. In genere è necessaria una dose più alta per
uccidere lo stesso numero di organismi in un cibo congelato rispetto ad uno
refrigerato. Si dice D-dose l'entità dell'irradiazione richiesta
per distruggere il 90% degli organismi, cioè per abbassarne la concentrazione
di 1 logaritmo decimale.
Tabella 1. D-dose (entità
dell'irradiazione richiesta per distruggere il 90% degli organismi) in kiloGray
per patogeni selezionati, a temperatura di refrigerazione.
| Patogeni | D-dose in kGray |
|---|---|
| Campylobacter | 0,20 |
| Toxoplasma (cisti) | 0,25 |
| E. coliO157 | 0,30 |
| Listeria | 0,45 |
| Salmonella | 0,70 |
| C. botulinum (spore) | 3,60 |
L'effetto dell'irradiazione sulle caratteristiche organolettiche dei cibi è solitamente minimo per dosi fino a 7,5 kGray. Gli alimenti non diventano radioattivi, tuttavia non sempre sopportano l'irradiazione senza modificazioni della qualità. Le carni ad elevato contenuto di grasso possono sviluppare odori sgradevoli; l'albume d'uovo può diventare lattescente e liquido; le ostriche irradiate possono morire e questo accorcia sostanzialmente la loro vita commerciale.
Gli effetti nutrizionali dell'irradiazione sono stati studiati a fondo e sono limitati ad una modesta diminuzione di alcune vitamine, tiamina in particolare, e alla produzione di radicali liberi ossidanti, che reagiscono quasi immediatamente nel cibo e quindi non persistono. Non sono stati osservati effetti negativi in animali da esperimento alimentati con cibi irradiati, né in volontari umani.
Sulla
base delle conoscenze epidemiologiche concernenti le modalità di trasmissione
dei più importanti patogeni alimentari, i principali alimenti candidati
all'irradiazione sono:
carne tritata,
per distruggere E. coli 0157; carne di pollo, per eliminare Campylobacter;
carne bovina e di pollo, per eliminare Salmonella; carni confezionate
pronte al consumo (hot dogs) per eliminare Listeria; carni di maiale,
per eliminare Toxoplasma.
Se si ipotizza di irradiare il 50% delle carni bovine, di pollo, maiale e delle carni lavorate, si possono stimare i potenziali benefici dell'irradiazione con semplici calcoli. Assumendo che questi cibi siano la fonte del 50% delle infezioni alimentari da Salmonella, E. coli, Campylobacter, Listeria e Toxoplasma, i potenziali benefici dell'irradiazione sarebbero rappresentati da una riduzione del 25% nella morbilità e mortalità per queste infezioni.
Tabella 2. Numero potenziale di problemi sanitari evitabili annualmente negli Stati Uniti con l'irradiazione del 50% di carni e pollame.
| Patogeno | Casi | Ricoveri | Morti |
|---|---|---|---|
| E. coli O157 | 23.000 | 700 | 20 |
| Campylobacter | 500.000 | 2.600 | 25 |
| Salmonella | 330.000 | 4.000 | 140 |
| Listeria | 625 | 575 | 125 |
| Toxoplasma | 28.000 | 625 | 94 |
| Totale | 881.625 | 8.500 | 404* |
*Il testo originale riporta la cifra 352.
Inchieste
condotte negli Stati Uniti mostrano che circa il 50% della popolazione è
disposta ad acquistare alimenti irradiati. La percentuale può salire
fino a 80-90 se i consumatori comprendono che l'irradiazione riduce i batteri
patogeni.
Gli interrogativi dei consumatori possono essere diversi. Qualcuno può
chiedersi se il cibo irradiato è sicuro, anche se i test effettuati non
hanno mostrato alcun rischio. Altri possono obiettare sulla sicurezza
della tecnologia, in particolare per l'uso delle sorgenti radioattive. Un'obiezione
più forte riguarda la possibilità di un peggioramento negli standard
produttivi dell'industria, che potrebbe essere tentata di risolvere i problemi
di qualità produttiva con l'irradiazione finale.
La definizione di norme e di standard per il processo di irradiazione
potrebbe aumentare l'accettabilità generale di questa tecnologia, aiutando
l'industria alimentare a svilupparla. Le procedure di irradiazione possono essere
monitorate e regolate al pari delle procedure di pastorizzazione o di sterilizzazione
in campo medico. Il potenziale beneficio dell'irradiazione anche soltanto di
carne e pollame è sostanziale, consentendo di prevenire un elevatissimo
numero di casi di malattie trasmesse da alimenti.